ARFID: cos’è, sintomi, cause e trattamento del disturbo evitante-restrittivo
Pensiamo a un bambino che da anni mangia sempre gli stessi pochi alimenti. Rifiuta la frutta, allontana il piatto quando una consistenza gli dà fastidio, evita la mensa scolastica perché lì non sa cosa troverà nel piatto. A casa gli adulti cercano di convincerlo, lo definiscono “schizzinoso” e spesso pensano che sia soltanto una fase.
A volte lo è.
Altre volte, invece, dietro quella selettività apparentemente inspiegabile c’è qualcosa di più complesso: un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione chiamato ARFID, dall’inglese Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder, cioè disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo.
È una condizione ancora poco conosciuta rispetto ad anoressia nervosa, bulimia nervosa e binge eating disorder. E proprio per questo può essere riconosciuta tardi, soprattutto quando il comportamento viene interpretato semplicemente come capriccio, rigidità o scarso appetito. La particolarità dell’ARFID è che la restrizione alimentare non nasce dalla paura di ingrassare
Il problema, in questo caso, non è il peso corporeo.
È il rapporto con il cibo.
Che cos’è l’ARFID
Nel DSM-5, l’ARFID viene descritto come un disturbo caratterizzato da un evitamento o da una restrizione dell’assunzione di cibo sufficientemente significativa da determinare conseguenze cliniche rilevanti. La persona può mangiare poco, eliminare intere categorie di alimenti oppure costruire nel tempo un repertorio estremamente limitato di cibi accettati.
Ma perché accade?
Non esiste una sola risposta.
Il cibo può essere evitato perché alcune caratteristiche sensoriali risultano difficili da tollerare. Può essere evitato per la paura di conseguenze negative, come soffocare, vomitare o stare male. Oppure può esserci un interesse molto basso verso il cibo, associato a scarso appetito o a una sensazione di sazietà che arriva rapidamente.
Questi percorsi possono presentarsi separatamente oppure intrecciarsi.
La conseguenza importante è che una restrizione apparentemente “innocua” può diventare clinicamente significativa.
L’ARFID può infatti associarsi a perdita di peso, difficoltà nella crescita, carenze nutrizionali, necessità di integrazione nutrizionale e, nei casi più severi, ricorso a forme di supporto nutrizionale. Ma le conseguenze non riguardano soltanto il corpo.
Possono riguardare anche la vita quotidiana.
Una mensa scolastica, una cena al ristorante, una festa di compleanno, un viaggio o un pranzo con altre persone possono trasformarsi in situazioni da evitare.
Per alcune persone mangiare diventa un’attività piena di regole, anticipazioni e strategie per evitare ciò che temono.
Tre strade diverse verso lo stesso evitamento
Un modello particolarmente utile per comprendere l’ARFID è quello tridimensionale proposto da Thomas e colleghi nel 2017.
Gli autori individuano tre principali dimensioni che possono contribuire al disturbo.
L’ipersensibilità sensoriale
Per alcune persone il problema comincia dai sensi.
Un odore può risultare troppo intenso. Una consistenza può essere insopportabile. Un alimento può essere rifiutato per il colore, la temperatura, la forma o il modo in cui viene percepito in bocca.
Non significa semplicemente “non mi piace”.
La risposta può essere molto più intensa: disgusto, repulsione, ansia, bisogno di allontanare immediatamente l’alimento.
In questi casi il comportamento di evitamento può diventare una strategia per ridurre una sensazione percepita come eccessivamente disturbante.
La sensibilità sensoriale è descritta con particolare frequenza in persone con condizioni del neurosviluppo, compreso lo spettro autistico, ma non è sinonimo di autismo e non è esclusiva delle persone autistiche.
La paura delle conseguenze negative
In altri casi il punto di partenza è un’esperienza vissuta come minacciosa.
Un episodio di soffocamento. Un vomito particolarmente intenso. Un’esperienza gastrointestinale negativa. Una procedura medica. Un alimento associato a un malessere.
Il cervello può imparare rapidamente una cosa semplice: “quel cibo è pericoloso”.
Da quel momento l’evitamento può diventare un modo per prevenire ciò che potrebbe accadere.
La persona può quindi evitare non soltanto l’alimento che ha provocato l’esperienza iniziale, ma progressivamente anche altri cibi percepiti come simili o potenzialmente rischiosi.
È una forma di apprendimento basata sull’anticipazione del pericolo.
Il basso interesse per il cibo
Per altre persone, invece, il problema è diverso.
Mangiare interessa poco.
L’appetito può essere scarso, la fame poco riconoscibile, la sazietà può comparire molto rapidamente. Il pasto non viene vissuto come qualcosa da desiderare, ma come un’attività necessaria da svolgere.
In questi casi può accadere che la persona dimentichi di mangiare, rimandi il pasto o si accontenti sempre degli stessi alimenti semplicemente perché sono familiari e richiedono meno attenzione.
Il cibo diventa quasi un compito amministrativo.
Da portare a termine, più che da vivere.
Selettività alimentare o ARFID?
Questa è una delle domande più importanti.
Perché un bambino può essere selettivo senza avere un disturbo alimentare.
Durante lo sviluppo è relativamente comune attraversare periodi caratterizzati da neofobia alimentare, rifiuto di determinati alimenti o preferenza per un numero limitato di cibi.
La differenza non sta quindi nella semplice presenza di selettività.
Sta soprattutto nella persistenza, nella rigidità e nelle conseguenze.
Nell’ARFID l’evitamento o la restrizione sono sufficientemente significativi da interferire con l’apporto nutrizionale, con la crescita, con il funzionamento quotidiano o con la vita sociale.
Alcuni segnali meritano quindi particolare attenzione.
Una dieta composta da pochissimi alimenti.
Il rifiuto estremamente rigido di determinate consistenze, odori, colori o temperature.
La paura intensa di soffocare, vomitare o stare male dopo aver mangiato.
L’eliminazione progressiva di intere categorie alimentari.
La difficoltà a mangiare fuori casa.
L’evitamento della mensa scolastica, dei ristoranti, delle feste o dei pasti condivisi.
Una forte ansia quando viene proposto un alimento nuovo.
Quando questi comportamenti persistono e iniziano a limitare la vita della persona, considerarli semplicemente “capricci” può ritardare una valutazione appropriata.
Non è una questione di volontà
Uno degli errori più frequenti consiste nel pensare che basterebbe insistere.
- “Devi assaggiarlo.”
- “Se hai fame, mangerai.”
- “Non puoi vivere soltanto di pasta.”
- “Prima o poi dovrai abituarti.”
Il problema è che, quando siamo di fronte a un ARFID, il comportamento alimentare non può essere spiegato semplicemente attraverso la volontà.
La persona può sapere perfettamente che avrebbe bisogno di mangiare in modo più vario e, allo stesso tempo, essere realmente incapace di farlo senza sperimentare un’elevata risposta di ansia, disgusto o paura.
Per questo la coercizione può diventare controproducente.
L’obiettivo terapeutico non è obbligare la persona a mangiare.
È comprendere che cosa rende difficile mangiare e intervenire progressivamente sui meccanismi che mantengono l’evitamento.
Il ruolo della famiglia
Quando l’ARFID riguarda un bambino o un adolescente, il contesto familiare diventa particolarmente importante.
I pasti possono trasformarsi facilmente in un campo di battaglia.
- Il genitore insiste.
- Il bambino rifiuta.
- Il genitore aumenta la pressione.
- Il bambino aumenta l’ansia.
Il pasto termina con frustrazione per entrambi.
Nel tempo può instaurarsi un circolo vizioso nel quale l’alimentazione viene associata sempre più alla tensione.
Un ambiente prevedibile, supportivo e non coercitivo può invece favorire un’esperienza alimentare più sicura.
Questo non significa lasciare che il bambino mangi esclusivamente ciò che vuole.
Significa costruire, insieme ai professionisti coinvolti, un percorso graduale nel quale l’esposizione agli alimenti e alle esperienze alimentari venga calibrata sulle caratteristiche specifiche del bambino.
ARFID e ansia: una relazione frequente, ma non una semplice causa
L’ARFID può presentarsi insieme a disturbi d’ansia e ad altre condizioni psicologiche o del neurosviluppo.
In particolare, la letteratura descrive associazioni con disturbi d’ansia, ADHD e disturbi dello spettro autistico.
Ma è importante non trasformare un’associazione in una spiegazione causale.
Avere un disturbo d’ansia non significa sviluppare necessariamente un ARFID.
Essere autistici non significa avere necessariamente un ARFID.
E avere un ARFID non significa automaticamente che il disturbo sia “causato dall’ansia”.
La valutazione clinica deve mantenere questa complessità.
ARFID negli adulti: quando il problema è diventato una normalità
L’ARFID viene spesso associato all’infanzia.
Eppure il disturbo può essere presente anche nell’età adulta.
In alcuni casi rappresenta la prosecuzione di una difficoltà alimentare iniziata molti anni prima. In altri può essere riconosciuto soltanto quando le richieste della vita adulta rendono evidente quanto sia limitante quel rapporto con il cibo.
Una persona può essere riuscita per anni a organizzare la propria vita intorno ai pochi alimenti tollerati.
- Poi arriva un viaggio.
- Una cena di lavoro.
- Una relazione sentimentale.
- Un ristorante.
- Un invito a casa di amici.
E improvvisamente ciò che sembrava soltanto una “stranezza alimentare” diventa un limite concreto.
Per questo l’impatto dell’ARFID non dovrebbe essere misurato soltanto attraverso il peso.
Una persona può avere un peso nella norma e presentare comunque una restrizione alimentare clinicamente significativa.
La qualità della dieta, l’adeguatezza nutrizionale, la varietà alimentare e l’interferenza con la vita quotidiana sono elementi altrettanto importanti.
Come si arriva alla diagnosi
L’ARFID non può essere diagnosticato attraverso un test psicodiagnostico. La diagnosi richiede una valutazione clinica approfondita.
Il professionista deve ricostruire la storia alimentare, comprendere quando sono comparsi i comportamenti di evitamento, individuare gli alimenti esclusi, esplorare le esperienze sensoriali e le eventuali paure associate al cibo.
È inoltre necessario valutare le conseguenze nutrizionali e mediche e comprendere quanto il comportamento alimentare interferisca con la vita scolastica, lavorativa, familiare e sociale.
Questionari e interviste strutturate possono essere strumenti utili di screening e di approfondimento, ma non sostituiscono la valutazione clinica. Una parte essenziale del percorso consiste anche nella diagnosi differenziale. La distinzione rispetto all’anoressia nervosa è particolarmente importante. Nell’anoressia la restrizione alimentare è legata, tra gli altri elementi diagnostici, alla paura di aumentare di peso e a un’alterazione del modo in cui vengono vissuti il peso e la forma del corpo.
Nell’ARFID questo nucleo psicopatologico è assente. La persona può quindi mangiare molto poco senza desiderare di essere più magra.
È una differenza fondamentale.
Come si cura l’ARFID
Il trattamento deve essere costruito sulla persona e sui meccanismi che sostengono il disturbo.
Quando sono presenti perdita di peso significativa, difficoltà nella crescita o carenze nutrizionali, può essere necessaria una presa in carico multidisciplinare che coinvolga area medica, nutrizionale e psicologica.
Tra gli interventi specificamente sviluppati per l’ARFID troviamo la CBT-AR, un trattamento cognitivo-comportamentale progettato per intervenire sui diversi meccanismi che mantengono l’evitamento e la restrizione.
Il trattamento può includere lavoro sull’esposizione agli alimenti, sulla paura delle conseguenze negative, sulle difficoltà sensoriali e sull’aumento della varietà alimentare, adattando il percorso alle caratteristiche individuali.
Nei bambini e negli adolescenti il coinvolgimento della famiglia può avere un ruolo importante.
Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2026 da Winten e colleghi ha rilevato risultati promettenti per gli interventi psicologici rivolti ad adolescenti e adulti con ARFID, evidenziando al tempo stesso la necessità di ulteriori studi di maggiore qualità e dimensione campionaria. La ricerca sta crescendo, ma non siamo ancora davanti a un campo nel quale tutte le domande abbiano trovato una risposta definitiva. Per questo è necessario combinare apertura verso gli interventi disponibili e rigore nel valutare le evidenze.
Il punto non è far mangiare di più. È capire perché si mangia così poco.
Forse è questa la differenza più importante da comprendere.
Davanti a una persona con ARFID, chiedere semplicemente “perché non mangi?” può essere una domanda troppo semplice per un problema complesso.
- A volte il cibo fa paura.
- A volte è sensorialmente insopportabile.
- A volte non interessa.
- A volte tutte queste dimensioni convivono.
Il lavoro clinico consiste nel comprendere quale meccanismo è presente, quanto è rigido, quali conseguenze ha prodotto e quali esperienze alimentari la persona è pronta ad affrontare. Riconoscere precocemente l’ARFID non significa mettere un’etichetta a un bambino o trasformare ogni selettività alimentare in una diagnosi. Significa imparare a distinguere una normale fase dello sviluppo da una difficoltà che sta iniziando a limitare la crescita, la salute, la libertà e le relazioni.
Perché a volte, dietro un bambino che “mangia solo quattro cose”, non c’è un capriccio.
- C’è una paura.
- Oppure un sistema sensoriale che vive alcuni alimenti come troppo intensi.
- Oppure un rapporto con il cibo talmente povero di interesse da rendere il mangiare quasi irrilevante.
E riconoscere questa differenza può essere il primo passo per costruire un trattamento realmente adeguato.
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