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Perversione: cosa significa davvero e perché non è sempre una patologia

Perversione: cosa significa davvero e perché non è sempre una patologia

Gamba di una persona che indossa scarpe con tacco alto e un reggicalze, mentre si sistema un nastro sulla coscia.

La parola perversione normalmente attiva subito un’espressione accigliata, di giudizio e disapprovazione. È un luogo comune considerare le perversioni come atti osceni, “sporchi” o automaticamente collegati a un disturbo mentale. In realtà, da un punto di vista psicologico, il quadro è molto più complesso. Ciascuno di noi può sviluppare forme di perversione, senza che questo significhi “non essere normali” o malati.

Molti autori sottolineano come in tutte le persone esistano componenti perverse, intese come modalità particolari di vivere il desiderio, la fantasia e il corpo. In questo senso la perversione non è necessariamente un’etichetta clinica, ma una modalità di organizzare l’esperienza erotica e affettiva.

Origini infantili e funzione della perversione

Le ricerche psicologiche indicano che molte forme di perversione affondano le radici nelle prime fasi dell’infanzia e in alcuni eventi precoci che tutti, in misura diversa, sperimentiamo. Il masochismo*, il feticismo, il sadomasochismo, l’esibizionismo, la sottomissione, per citare alcuni esempi classici, vengono spesso fatti risalire proprio a questa fase di sviluppo.

In persone che hanno vissuto traumi, anche “leggeri” o difficili da riconoscere come tali, la perversione può assumere addirittura una funzione positiva: diventa un modo per tenere sotto controllo emozioni percepite come pericolose e desideri vissuti come distruttivi. In questo caso, il comportamento perverso non è solo un “eccesso”, ma una strategia psichica: serve a contenere, incanalare, rendere gestibile qualcosa che altrimenti sarebbe troppo intenso.

Per questo è importante ricordare che perversione non è sinonimo di patologia. Possiamo tutti avere elementi perversi nel nostro mondo interno senza per questo rientrare in un quadro clinico.

Temi ricorrenti e differenze tra uomini e donne

I temi ricorrenti da cui sembrano originare molte perversioni sono legati ai cosiddetti complessi edipici, alla paura della “donna-padrona” che esercita controllo sull’uomo, alla differenza fra i sessi e alla gestione del potere nelle relazioni.

Tradizionalmente si è pensato che le perversioni fossero prevalenti nel maschile. In effetti, nella storia della psicologia e della psicoanalisi ci si è concentrati soprattutto sulle perversioni maschili, anche perché più esposte, più visibili, più facilmente raccontate o agite.

Le perversioni femminili, invece, sono state molto meno indagate. Eppure non si può dire che le donne siano “meno perverse” degli uomini: più realisticamente, lo sono in modo diverso e spesso con forme meno esplicite sul piano sessuale.

Alcuni autori hanno descritto, ad esempio, come espressioni “perverse” femminili comportamenti apparentemente lontani dalla sessualità, come:

  • una mania compulsiva per lo shopping,

  • forme di anoressia,

  • la lettura compulsiva di romanzi d’amore,

  • un atteggiamento eccessivamente servile nelle relazioni.

Questi comportamenti, naturalmente, non sono automaticamente perversioni in senso clinico. Il punto è che, per motivi legati al ruolo sociale della donna e ai numerosi tabù sulla sessualità femminile, il desiderio delle donne tende a esprimersi più spesso in forme indirette, simboliche, interiorizzate, piuttosto che in comportamenti apertamente sessuali.

Se l’immagine della donna e della sessualità femminile cambiasse davvero (diventando più libera, meno giudicante e meno vincolata a stereotipi), è probabile che le perversioni femminili apparirebbero per quello che sono: né migliori né peggiori di quelle maschili, semplicemente diverse nei modi e nei linguaggi.

Uno spunto di riflessione, non una condanna

Pensare alla perversione in questi termini non significa giustificare qualsiasi comportamento, ma uscire da una visione moralistica che riduce tutto a “giusto/sbagliato” o “normale/malato”.

La domanda interessante non è “chi è più perverso, l’uomo o la donna?”, ma: che funzione ha quella perversione nella storia di quella persona? Cosa permette? Cosa protegge? Cosa cerca di trasformare?

In molti casi, riportare la perversione dentro una lettura psicologica – anziché solo morale – permette di comprendere meglio il rapporto tra desiderio, corpo, fantasia, potere e vulnerabilità. E, quando crea sofferenza, aiuta a trovare modi diversi, meno dolorosi, per stare in relazione con sé e con gli altri.

* Il termine deriva dallo scrittore austriaco Leopold von Sacher-Masoch, noto per il romanzo Venere in pelliccia.