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La leva nascosta del cambiamento: la consapevolezza emotiva

La leva nascosta del cambiamento: la consapevolezza emotiva

 

Nella mia pratica clinica, sia in terapia individuale che di coppia, la capacità di regolare le proprie emozioni emerge sempre più spesso come uno dei fattori che meglio predicono l’andamento del percorso terapeutico. Non è la gravità del sintomo iniziale a determinare da sola l’esito, ma la capacità  che cambia sessione dopo sessione  di riconoscere, tollerare ed esprimere ciò che si prova senza esserne sopraffatti. 

Cosa dice la ricerca sulla regolazione emotiva e il cambiamento terapeutico?

Studi condotti su ampi campioni di coppie in terapia hanno mostrato che le difficoltà di regolazione emotiva rilevate già alla prima seduta predicono l’andamento dei sintomi depressivi nelle sedute successive, sia per la persona che le manifesta sia per il partner. In parallelo, altre ricerche hanno osservato che la disregolazione emotiva di uno dei due partner è tra i fattori più predittivi del calo di soddisfazione di coppia, con differenze significative tra uomini e donne nel modo in cui questa disregolazione si manifesta. Un dato più recente, e in parte controintuitivo, arriva da uno studio pubblicato su una rivista di settore nel 2026: gli uomini che partono da un livello più basso di consapevolezza emotiva mostrano, nel corso della terapia di coppia, margini di miglioramento maggiori rispetto a chi parte già più consapevole. Un punto di partenza più fragile, in altre parole, non è una controindicazione al lavoro clinico: è spazio di cambiamento.

 

Perché la consapevolezza emotiva maschile resta un punto cieco?

Una parte della risposta è fisiologica. Il lavoro di ricerca di John Gottman sulle coppie ha documentato che gli uomini tendono ad andare in “flooding”  uno stato di attivazione fisiologica intensa che rende impossibile ascoltare, riflettere e rispondere con lucidità  a soglie più basse rispetto alle donne, e con maggiore frequenza rispondono ritirandosi dalla conversazione (stonewalling).

Questo ritiro viene spesso letto dal partner come disinteresse o freddezza, quando nella maggior parte dei casi è un tentativo, per quanto disfunzionale, di autoregolarsi di fronte a un’attivazione che il sistema nervoso non riesce a contenere. 

Cosa significa questo nella pratica clinica?

  • Valutare la regolazione emotiva di entrambi i partner fin dal primo colloquio, non solo quando uno dei due la porta esplicitamente come tema.
  • Riformulare il ritiro emotivo maschile come segnale fisiologico, non come resistenza o disinteresse, prima di lavorare sul contenuto relazionale.
  • Insegnare tecniche di autoregolazione fisiologica (pause strutturate, respirazione, self-soothing) come passo che precede, non sostituisce, il lavoro emotivo e relazionale.
  • Nominare l’emozione prima di interpretarla: per molti uomini il primo passo clinico è costruire un vocabolario emotivo
  • Calibrare i tempi dell’intervento, alternando momenti di attivazione emotiva e momenti di rientro fisiologico, per evitare di richiedere elaborazione quando il sistema è ancora flooded.

In conclusione, la regolazione emotiva  maschile e femminile  è oggi uno dei predittori più solidi di cambiamento terapeutico, sia nel lavoro individuale sia in quello di coppia. Riconoscere la consapevolezza emotiva maschile come leva clinica, e non come terreno secondario rispetto a quella femminile, permette di costruire percorsi più efficaci per entrambi i partner. Quando questi pattern si ripetono e non trovano da soli una via di elaborazione, può essere utile il supporto di uno specialista in psicologia clinica e terapia di coppia.